Tutto è cominciato raccogliendo pietre. Non con un’idea precisa in testa — con la curiosità di capire cosa c’è dentro una pietra di fiume quando la tagli.

Il materiale di partenza: graniti, serpentini, arenarie, quarzi. Ogni pietra ha una storia diversa e risponde agli strumenti in modo diverso.


Gli strumenti#

Il setup è essenziale: un flessibile con disco da taglio per pietra per definire le forme di massima, una mola ad acqua a grana 800 per la rifinitura delle superfici, e alla fine cera di candela per la finitura. Tutto con molta acqua, per raffreddare i pezzi e tenere a bada la polvere di silice.

Non serve un laboratorio attrezzato. Serve un banco robusto, protezioni per gli occhi, pazienza.


Le prime prove#

Le prime forme sono semplici per necessità — si impara a capire come risponde il materiale prima di impegnarsi su forme complesse. Rettangoli, dischetti, gocce. Ogni taglio insegna qualcosa: quanto veloce si può andare, dove tende a scheggiarsi, come reagisce alla mola.

Le forme intermedie in lavorazione — si vede la varietà dei tagli di prova I primi pezzi lavorati: forme semplici per testare il materiale. Il serpentino con venature di gesso si è rivelato subito il più interessante.

Il serpentino con venature di gesso si è imposto da solo come materiale preferito — colore verde-grigio profondo, venature bianche irregolari, durezza giusta. Si lavora bene senza scheggiarsi in modo imprevedibile, e risponde alla mola in modo gratificante.

Varie forme dopo il passaggio sulla mola — dischetto, goccia con foro, rettangoli La gamma delle prime prove: un dischetto, una forma a goccia con foro per ciondolo, e alcune forme rettangolari. Ogni pezzo ha insegnato qualcosa.


La pietra in mano#

La pietra ha un peso e una temperatura che nessun materiale sintetico riesce a replicare. Questo il ciottolo di partenza solo bagnato per tirare fuori il colore.

La pietra lavorata in mano — il serpentino dopo la mola Una delle prime forme riuscite in mano: la superficie dopo la mola è già bellissima, i colori del serpentino vengono fuori.


Il plettro#

A un certo punto la forma a goccia asimmetrica — quella classica del plettro — è venuta da sola. Non è stata una decisione progettuale, è stata una conseguenza logica del materiale e delle forme che stavamo già esplorando.

Partendo dal ciondolo forato mi sono spostato sulla forma del plettro, molto simile.

Il ciondolo e il dischetto finiti — la cera ha tirato fuori i colori Il ciondolo e il dischetto: stesso materiale, stessa lavorazione, due oggetti completamente diversi.

La finitura con la cera di candela è l’ultimo passaggio e il più sorprendente — non copre la pietra, la esalta. Entra nelle microfessure, protegge la superficie e tira fuori i colori in profondità.

Un secondo ciondolo bagnato Un secondo ciondolo bagnato per tirare fuori la venatura e il colore del serpentino

Il risultato finale — quello che si vede nelle due foto in chiusura — è un oggetto che pesa sui tre grammi, ha bordi lisci e un’impugnatura naturale. E suona: l’attacco è più secco di un plettro in plastica, con un transiente definito che su certi accordi ha una presenza tutta sua. Da NON usare su corde di nylon pena il cambio muta dopo tre pennate :)

Il plettro finito, fronte

Il plettro finito, retro


È un esperimento aperto. Il prossimo passo è capire quali altre pietre funzionano, e quali altre forme ha senso esplorare.


Materiale: serpentino con venature di gesso, pietra di fiume. Strumenti: flessibile con disco da taglio per pietra, mola ad acqua grana 800, cera di candela.